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Articolo Pubblicato su superabile.it – 26/10/2019

“La straniera” è il romanzo autobiografico di Claudia Durastanti, nata negli Stati uniti da due genitori italiani entrambi sordi. Non conosce e non comprende la lingua dei segni, così come la ignorano i suoi genitori, che la considerano teatrale e colpevole di renderti subito disabile

ROMA – Non somiglia alla classica autobiografia di una figlia di genitori sordi l’ultima fatica letteraria di Claudia Durastanti, nata negli Stati Uniti da madre e padre italiani, oggi al suo quarto romanzo. E a pensarci bene non è neppure un memoir in piena regola: “La straniera” (ed. La nave di Teseo, 2019), recensita da Antonella Patete su SuperAbile Inail, è la ricostruzione di un lessico familiare maturato all’interno di un intreccio generazionale che si muove tra le strade di Brooklyn e i paesaggi desolati della Basilicata, dove l’autrice si trasferisce da bambina con la madre, in una traiettoria migratoria a rovescio.

Nata da due genitori sordi, Durastanti non sembra, dunque, rispecchiare la tipica immagine della figlia udente di adulti che non sentono o, come si dice oggi, della “coda”, acronimo che sta per children of deaf adult. Non conosce e non comprende la lingua dei segni, così come la ignorano i suoi genitori, che la considerano teatrale e colpevole di renderti subito disabile. In famiglia si parla, infatti, una sorta di pidgin mezzo udente e mezzo muto, fatto di gesti e parole più volte ripetute.

I genitori, la madre in particolare, sono presenti soprattutto nella prima parte del romanzo. Ma mai vengono presentati come disabili, per lo meno nella rappresentazione oggi prevalente. Non hanno coscienza di classe, si potrebbe dire, anzi di concerto con le rispettive famiglie di origine rifiutano lo stesso concetto di disabilità, che tendono, con ogni mezzo, a rimuovere.

A se stessi però non si sfugge. Ed è chiaro fin da subito che, al rifiuto di appartenere a una categoria ghettizzante e ghettizzata, non corrisponde la possibilità di sottrarsi alla propria radicale differenza rispetto al resto del mondo. Sono entrambi chiassosi, eccentrici, tumultuosi, incapaci, per scelta e per destino, di uniformarsi alle regole sociali. È indimenticabile, nelle prime pagine del volume, il racconto di come si sono conosciuti. Un incontro che per l’autrice e i suoi lettori rimarrà avvolto nel mistero: di certo c’è solo che sono incappati l’uno nell’altra nel quartiere romano di Trastevere, nel quale erano approdati entrambi tempo prima, lui dai borghi umbri, lei dalle masserie della Basilicata. Di quei momenti e delle circostanze che sembrano averli uniti in un legame, che non riuscirà a cancellare neppure il futuro divorzio, i due danno una versione antitetica: ognuno sostiene di aver salvato la vita dell’altro, lei convincendo lui a non gettarsi da un ponte sul Tevere, lui mettendo in fuga i malviventi che tentano di derubarla nel corso di un’aggressione violenta.

Come due personaggi dei tarocchi sono indecifrabili, volubili, drammatici. Fin da subito li vediamo muoversi, spavaldi e temerari, tra una folla di persone che non comprendono e non li comprende: “Prendevano a spintoni i passanti senza voltarsi o chiedere scusa e irradiavano differenza”, li descrive l’autrice. Incapaci di essere come gli altri, si sottraggono a qualsiasi retorica della dignità, privilegiando al coraggio l’incoscienza, all’ordine sociale le loro tumultuose passioni.

Fonte: https://www.superabile.it/cs/superabile/tempo-libero/20191026-i-miei-genitori-erano-diversi.html